Il 28 febbraio 2026 i mercati hanno vissuto un momento che sembrava uscito da un manuale. I missili hanno cominciato a sorvolare il cielo iraniano, il petrolio ha superato i 100 dollari al barile e le borse mondiali hanno accelerato al ribasso. Gli investitori di tutto il mondo hanno fatto l'unica cosa che sembrava logica: comprare oro. Il riflesso è stato immediato e razionale. Il metallo giallo, che aveva già toccato 5.602 dollari l'oncia il 29 gennaio, ha risposto positivamente, superando quota 5.400 dollari nel giro di pochi giorni. Il copione sembrava scritto: guerra in Medio Oriente, petrolio in rialzo, incertezza globale, oro verso nuovi massimi. Poi il copione è stato strappato.
Nelle settimane successive, nonostante la guerra non accennasse a diminuire di intensità, l'oro ha smesso di salire. Prima ha ristagnato, poi ha ceduto piano piano, e infine è crollato. Dal picco di gennaio fino al minimo di circa 4.100 dollari toccato a fine marzo, il metallo ha perso quasi il 25%. Chi aveva comprato oro come copertura contro la guerra si è ritrovato con perdite significative proprio nel momento in cui si aspettava protezione.
Per capire cosa è successo bisogna distinguere due tipi di crisi: quelle che generano paura per il futuro e quelle che generano problemi nell'immediato. Quando gli investitori temono il futuro — recessioni, crisi di sistema, default sovrani — l'oro brilla. Ma la guerra in Iran ha innescato un meccanismo diverso, più insidioso: ha fatto esplodere il prezzo del petrolio, e il petrolio caro significa inflazione. E l'inflazione cambia il calcolo della Federal Reserve. La catena logica è semplice ma devastante per il metallo giallo: il petrolio sopra 100 dollari spinge le aspettative di inflazione al rialzo, i mercati iniziano a prezzare meno tagli dei tassi Fed o addirittura nuovi rialzi, i rendimenti reali dei Treasury salgono, il dollaro si rafforza, e l'oro — che non genera reddito — perde attrattività rispetto a un T-bill che rende il 5%. Quello che sembrava uno shock geopolitico si è trasformato in uno shock inflazionistico, e l'oro ha reagito di conseguenza: cedendo.
C'è poi un'equazione che chi opera sui metalli preziosi non può ignorare: oro e dollaro si muovono in direzioni opposte. Le crisi petrolifere, paradossalmente, tendono a rafforzare il dollaro — il petrolio viene scambiato in biglietti verdi, i paesi importatori ne hanno bisogno in quantità crescenti, e la valuta americana consolida il suo ruolo di rifugio assoluto nelle fasi di massima tensione. Il risultato è stato un DXY in rialzo proprio mentre le bombe cadevano sull'Iran, esattamente il contrario di quello che serve all'oro per performare. Rendimenti reali alti e dollaro forte sono, combinati, il contesto più avverso possibile per un asset che non genera cash flow. In questo scenario, non c'è tensione geopolitica che tenga.
A questo si è aggiunto un secondo fattore, spesso sottovalutato. Nel 2025, l'oro aveva messo a segno uno dei migliori rally degli ultimi decenni: oltre il 65% in dodici mesi, gonfiando posizioni a leva enormi su futures ed ETF auriferi. Quando i mercati azionari sono crollati con l'inizio della guerra, le margin call si sono moltiplicate. Gli investitori avevano bisogno di liquidità in tempi rapidi, e l'oro — essendo un asset estremamente liquido — è diventato la fonte più immediata di cassa. Non perché fosse considerato un cattivo investimento: semplicemente perché era la cosa più facile da vendere. Quello che i mercati hanno prodotto non è stata la classica flight to quality, ma una corsa alla liquidità pura. In quello scenario, l'oro non è il porto sicuro — è il bancomat.
Il comportamento visto durante la guerra in Iran non è anomalo: è perfettamente in linea con ogni conflitto degli ultimi decenni. Durante la guerra Russia-Ucraina nel 2022, l'oro è salito di circa il 15% nelle prime settimane, poi ha ceduto tra il 15 e il 18% non appena la Fed ha iniziato ad alzare i tassi in risposta all'inflazione scatenata dal conflitto. Stesso schema durante la Guerra del Golfo e la Guerra in Iraq: rialzi iniziali tra il 17 e il 19%, seguiti da correzioni significative con il progredire del conflitto e la ricalibrazione delle aspettative macro. Il pattern si ripete sempre uguale: spike immediato da panico, normalizzazione, poi dominanza delle variabili macro. L'oro protegge dal "giorno uno" della guerra, non dalla recessione che la guerra può generare.
Tutto questo non significa che l'oro sia un asset da abbandonare. Significa che va compreso per quello che è davvero. L'oro è una copertura contro la perdita di potere d'acquisto nel lungo periodo, contro la de-dollarizzazione e contro il deterioramento strutturale delle finanze pubbliche globali — non una polizza assicurativa automatica da attivare alla prima notizia di guerra. Le banche centrali mondiali continuano ad accumularlo nelle loro riserve, e grandi case come UBS, Deutsche Bank e Société Générale mantengono target tra i 6.000 e i 6.200 dollari l'oncia entro fine 2026. I fondamentali strutturali non sono cambiati. Ma il trader che usa l'oro come rifugio tattico deve capire che la protezione funziona solo quando i rendimenti reali scendono e il dollaro si indebolisce. Quando accade il contrario — come è successo durante la guerra in Iran — l'oro non solo non protegge: può amplificare le perdite. Monitorare il DXY e i Treasury reali a 10 anni è, per chi opera su XAUUSD, altrettanto fondamentale quanto seguire il prezzo del metallo stesso.
Nelle settimane successive, nonostante la guerra non accennasse a diminuire di intensità, l'oro ha smesso di salire. Prima ha ristagnato, poi ha ceduto piano piano, e infine è crollato. Dal picco di gennaio fino al minimo di circa 4.100 dollari toccato a fine marzo, il metallo ha perso quasi il 25%. Chi aveva comprato oro come copertura contro la guerra si è ritrovato con perdite significative proprio nel momento in cui si aspettava protezione.
Per capire cosa è successo bisogna distinguere due tipi di crisi: quelle che generano paura per il futuro e quelle che generano problemi nell'immediato. Quando gli investitori temono il futuro — recessioni, crisi di sistema, default sovrani — l'oro brilla. Ma la guerra in Iran ha innescato un meccanismo diverso, più insidioso: ha fatto esplodere il prezzo del petrolio, e il petrolio caro significa inflazione. E l'inflazione cambia il calcolo della Federal Reserve. La catena logica è semplice ma devastante per il metallo giallo: il petrolio sopra 100 dollari spinge le aspettative di inflazione al rialzo, i mercati iniziano a prezzare meno tagli dei tassi Fed o addirittura nuovi rialzi, i rendimenti reali dei Treasury salgono, il dollaro si rafforza, e l'oro — che non genera reddito — perde attrattività rispetto a un T-bill che rende il 5%. Quello che sembrava uno shock geopolitico si è trasformato in uno shock inflazionistico, e l'oro ha reagito di conseguenza: cedendo.
C'è poi un'equazione che chi opera sui metalli preziosi non può ignorare: oro e dollaro si muovono in direzioni opposte. Le crisi petrolifere, paradossalmente, tendono a rafforzare il dollaro — il petrolio viene scambiato in biglietti verdi, i paesi importatori ne hanno bisogno in quantità crescenti, e la valuta americana consolida il suo ruolo di rifugio assoluto nelle fasi di massima tensione. Il risultato è stato un DXY in rialzo proprio mentre le bombe cadevano sull'Iran, esattamente il contrario di quello che serve all'oro per performare. Rendimenti reali alti e dollaro forte sono, combinati, il contesto più avverso possibile per un asset che non genera cash flow. In questo scenario, non c'è tensione geopolitica che tenga.
A questo si è aggiunto un secondo fattore, spesso sottovalutato. Nel 2025, l'oro aveva messo a segno uno dei migliori rally degli ultimi decenni: oltre il 65% in dodici mesi, gonfiando posizioni a leva enormi su futures ed ETF auriferi. Quando i mercati azionari sono crollati con l'inizio della guerra, le margin call si sono moltiplicate. Gli investitori avevano bisogno di liquidità in tempi rapidi, e l'oro — essendo un asset estremamente liquido — è diventato la fonte più immediata di cassa. Non perché fosse considerato un cattivo investimento: semplicemente perché era la cosa più facile da vendere. Quello che i mercati hanno prodotto non è stata la classica flight to quality, ma una corsa alla liquidità pura. In quello scenario, l'oro non è il porto sicuro — è il bancomat.
Il comportamento visto durante la guerra in Iran non è anomalo: è perfettamente in linea con ogni conflitto degli ultimi decenni. Durante la guerra Russia-Ucraina nel 2022, l'oro è salito di circa il 15% nelle prime settimane, poi ha ceduto tra il 15 e il 18% non appena la Fed ha iniziato ad alzare i tassi in risposta all'inflazione scatenata dal conflitto. Stesso schema durante la Guerra del Golfo e la Guerra in Iraq: rialzi iniziali tra il 17 e il 19%, seguiti da correzioni significative con il progredire del conflitto e la ricalibrazione delle aspettative macro. Il pattern si ripete sempre uguale: spike immediato da panico, normalizzazione, poi dominanza delle variabili macro. L'oro protegge dal "giorno uno" della guerra, non dalla recessione che la guerra può generare.
Tutto questo non significa che l'oro sia un asset da abbandonare. Significa che va compreso per quello che è davvero. L'oro è una copertura contro la perdita di potere d'acquisto nel lungo periodo, contro la de-dollarizzazione e contro il deterioramento strutturale delle finanze pubbliche globali — non una polizza assicurativa automatica da attivare alla prima notizia di guerra. Le banche centrali mondiali continuano ad accumularlo nelle loro riserve, e grandi case come UBS, Deutsche Bank e Société Générale mantengono target tra i 6.000 e i 6.200 dollari l'oncia entro fine 2026. I fondamentali strutturali non sono cambiati. Ma il trader che usa l'oro come rifugio tattico deve capire che la protezione funziona solo quando i rendimenti reali scendono e il dollaro si indebolisce. Quando accade il contrario — come è successo durante la guerra in Iran — l'oro non solo non protegge: può amplificare le perdite. Monitorare il DXY e i Treasury reali a 10 anni è, per chi opera su XAUUSD, altrettanto fondamentale quanto seguire il prezzo del metallo stesso.
Giuseppe M. Pelle
Declinazione di responsabilità
Le informazioni e le pubblicazioni non sono intese come, e non costituiscono, consulenza o raccomandazioni finanziarie, di investimento, di trading o di altro tipo fornite o approvate da TradingView. Per ulteriori informazioni, consultare i Termini di utilizzo.
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