WisdomTree - Tactical Daily Update - 14.04.2026

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I mercati scontano il possibile riavvio dei negoziati IRAN-USA.
Incerto il destino operativo dello stretto di Hormutz, bloccato dagli Usa.
Prezzo del petrolio in calo, dopo la fiammata mattutina di ieri.
Occhi aperti su rame e alluminio: prezzi in tensione, possibili carenze d’offerta.


Il 13 aprile si è chiuso con una certezza e molte incognite: quando Washington e Teheran non si parlano, il petrolio parla per loro. E lo fa a modo suo, tornando sopra quota 100 dollari/barile. Risultato: giornata negativa per le Borse, almeno in Europa, mentre Wall Street riesce nel gradito colpo di teatro finale.
In Europa è prevalso il “rosso”, ma senza drammi: Madrid -1,0%, seguita da Francoforte -0,5%, Parigi -0,3%, Londra (-0,2%): in positivo Amsterdam, +0,2%. Dall’altra parte dell’Atlantico nel finale gli indici americani recuperano con decisione, col Dow Jones a +0,6%, lo S&P500 a +1,0% e il Nasdaq a +1,2%.
Dietro le quinte, però, si muove una variabile ben più pesante: la produzione petrolifera del cartello Opec+. A marzo si è registrato un crollo di quasi 8 milioni di barili/giorno, -27,5% rispetto a febbraio. Un dato che fotografa in modo impietoso l’impatto del primo mese di guerra, iniziata il 28 febbraio, tra attacchi e blocco dello Stretto di Hormuz. A soffrire di più i grandi produttori del Golfo, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Iraq, mentre il Venezuela svetta con un leggero aumento dell’offerta.
Il conto, ovviamente, arriva in Europa, e pure pesante: oltre Eur 22 miliardi in più per le importazioni energetiche dall’inizio del conflitto. Una cifra che rende l’idea meglio di qualsiasi dichiarazione politica. Non a caso, Bruxelles valuta misure straordinarie, inclusa la sospensione delle norme sugli aiuti di Stato nel settore energetico, con un possibile temporary framework già entro fine mese.
Nel frattempo, negli Stati Uniti, parte la stagione delle trimestrali. Ad aprire le danze sono le grandi banche. Goldman Sachs presenta numeri solidi: utile in crescita, +19% a US$ 5,63 miliardi, ricavi a 17,23 miliardi (+14%). Il miglior trimestre degli ultimi cinque anni. Ma l’amministratore delegato David Solomon non si lascia andare all’entusiasmo: il contesto geopolitico resta “molto complesso”.
Gli occhi ora sono puntati su JPMorgan, Wells Fargo, Citigroup e BlackRock, seguite il 15 aprile da Bank of America e Morgan Stanley. Il settore arriva a questo appuntamento dopo un primo trimestre difficile: l’indice bancario KBW ha perso -6%, la peggiore performance dal 2023. Tuttavia, nelle prime due settimane di aprile ha già recuperato terreno, portando il bilancio da inizio anno a +1%. Le valutazioni restano interessanti: un P/E di 14x, con uno sconto superiore al 40% rispetto al 21x dell’S&P500.

Sul fronte obbligazionario, il Treasury decennale rende 4,29%, mentre il BTP italiano 3,88%. La Federal Reserve naviga a vista: da un lato il rischio inflazione, alimentato dal caro energia; dall’altro la possibilità che una guerra prolungata raffreddi il mercato del lavoro. Per ora, prevale la prudenza: tassi fermi al 3,5%-3,75% e giudizio sospeso.
Anche la BCE resta in modalità attendista. Il vicepresidente Luis de Guindos ammette che il primo impatto inflattivo della guerra è inevitabile, ma promette attenzione sugli effetti secondari. Il sottotesto è chiaro: i tassi potrebbero salire, ma senza fretta.
Oggi, 14 aprile, cambio di “mood” quasi teatrale. Tornano le speranze di un accordo tra Stati Uniti e Iran, nonostante il blocco delle spedizioni nello Stretto di Hormuz che, paradossalmente, viene letto come leva negoziale. I mercati virano in modalità risk-on: scendono petrolio, gas e dollaro; salgono azioni, obbligazioni, bitcoin e metalli preziosi.
I listini europei guadagnano circa +0,6% a metà mattina, mentre i future di Wall Street restano piatti dopo il rally della vigilia, con lo S&P500 ormai a meno del 2% dai massimi storici.
In Asia, il tono è positivo: Nikkei +2,3%, con SoftBank a +10%; KOSPI +3,6%, trainato dai chip (SK Hynix +9%, Samsung oltre +4%). Più cauta la Cina, con Shanghai a +0,5% e segnali di rallentamento delle esportazioni.
Il petrolio Brent, intanto, corregge del 2%, scendendo di circa 5 dollari rispetto al giorno precedente. Ma attenzione a cantare vittoria: UBS vede il Brent a 100 dollari a giugno, 95 a settembre, 90 a dicembre e 85 a marzo 2027. In caso di shock prolungato, però, lo scenario estremo resta sul tavolo: oltre 150 dollari al barile, con conseguente distruzione della domanda.
Non sorprende quindi che il mercato abbia ridimensionato le aspettative sui tassi ufficiali: secondo CME FedWatch, la probabilità di un taglio di almeno 25 bps entro dicembre è crollata al 16%.
Nel frattempo, le materie prime industriali si muovono: il rame torna sopra 6 dollari/libbra, mentre l’alluminio tocca i massimi da quattro anni, sostenuto dai timori di carenze (il Medio Oriente vale circa il 9% della produzione globale). I metalli preziosi provano a reagire, oro a 4.766 dollari/oncia, argento a 77,10, ma restano sotto pressione: l’oro ha perso oltre il 10% dall’inizio della guerra.
Il dollaro scivola ai minimi da inizio marzo, con l’euro a 1,176. Nel comparto cryptos finalmente protagonista Bitcoin, che risale a 74.300 dollari. A sostenerlo, oltre al clima più disteso, c’è anche lo shopping aggressivo di Strategy, che ha acquistato 13.927 Bitcoin a un prezzo medio di 71.902, per un totale di circa 1 miliardo. Il bottino sale così a 780.897 Bitcoin, costati 59,02 miliardi (media 75.577/l’uno), che fa della società di Michael Saylor il più grande detentore al mondo.

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